Sappiamo metterci nei panni dell' altro? '

Piaget nei suoi studi ha fornito dei modelli di sviluppo evolutivo della coscienza dei primi 7 anni di vita, indicando come punto omega, punto di crescita massima, la capacità di mettersi nei 'panni degli altri', in inglese suona pure meglio 'put yourself in somebody elses' shoes'.
Un bambino nei primi 7 anni di vita, al fine di cominciare a strutturare il suo ego, deve aver 'metabolizzato i vari processi che passano dalla totale 'indifferenziazione' uterina, definita 'oceanica' ad una graduale differenziazione dal corpo fisico esteriore e dai 'vari sé' che man mano si schiudono interiormente, proprio perché il contatto epidermico con la mamma definisce un 'altro da sé', sia interiormente, perché si è ora anche 'altro' dalla condizione oceanica, sia esteriormente, ora che questo 'altro da me dentro', riconosce anche un altro da me 'la fuori': la Mamma. Questo rapporto che si ha con la mamma tuttavia subisce ancora le forti tendenze inconsce dell'indifferenziazione dei piani primevi, creando i presupposti per un tipo di relazione universalmente esclusiva, simbiotica, fusionale. Una forma di Giardino dell' Eden'.
Questo momento di Amore primordiale dovrebbe, e qui il condizionale è no d'obbligo, di più, attraverso la capacità della mamma di fornire il modello 'Mamma buona' 'Mamma cattiva', stimolare nel bambino la capacità di differenziarsi da lei e quindi dal suo 'sé oceanico' e sentire una prima netta sana e differenziata DIFFERENZA.
Successivamente l'evoluzione si svilupperà sempre con lo stesso ritmo: 'NEGA - INCLUDI-TRASCENDI', fino a e oltre, ma soffermiamoci fino all' acquisire sempre consapevolezza e permanenza in questo livello di crescita, necessario per la nostra salute.
Sapersi mettere realmente nei panni dell'altro, ossia, sapersi mettere da parte, significa rispettare sia la persona, ma ancor di più lo spazio di complessità interiore di quella persona: con parole più semplici'
Noi tutti, interiormente, e sfido chiunque a negarlo, siamo animati, plasmati da una verità universale comune: 'nessuno conosce e né può conoscere la sua identità più profonda, nessuno ha saputo dare risposte certe alle grandi e significative domande: 'Chi sono io? Da dove vengo? Dove sono diretto? Un comune denominatore, che si chiama ignoranza. Ma non quella che deriva dal fatto di conoscere assolutamente le cose, la peggiore condizione per l'uomo secondo me, bensì, quell' ignoranza creata proprio dal contrario, ignoranza che crea il terrore, angoscia, solitudine: la certezza cosmica del fatto che non si può conoscere perché non esiste la Verità ultima. E' una vita che la cerco, ovunque, con chiunque e NON C'E'.
La verità della non verità non è, e purtroppo lo è diventato, solo uno slogan 'spirituale', che fa fico enunciarla. E' proprio la condizione innata stabile ed eterna dell'uomo. Ne abbiamo prodotte di verità, eppure nel mondo gli esseri umani sembrano gironzolare mica tanto illuminati, il comportamento che abbiamo verso il Mondo Altro, è raramente di fiducia e di sicurezza, piuttosto, mi sembra, di paura e controllo.
Insomma scusate ma stavo ritornando ad essere troppo meccanico, dopo l'I Ching mi castiga!
Dicevo, ma se noi tutti ci cachiamo sotto, tutti quanti in maniera diversa sì, ma tutti quanti, senza eccezioni, rapiti da questo mistero allucinante che si chiama Coscienza, e che a me è capitato fra capo e collo, allora mi chiedo perché noi nei nostri rapporti interpersonali mentiamo spudoratamente e recitiamo la parte di quello che sa di conoscere come siamo fatti, ancora peggio di come sono fatti gli altri? In base a quali certezze si basa la nostra vasta gamma di giudizi classificatori che ci fanno sentire di avere ragione o torto, o peggio che gli altri lo siano? Perché non smettiamo di torturarci l'anima nostra e altrui sulle giuste e vere strade da seguire? Perchè non smettiamo di romperci i coglioni con i suggerimenti di come potremmo o di come potrebbero migliorarci/si?
Perché esiste il buon consiglio tra noi? Perché, teniamo così tanto a questo personaggio che vuole difendere le sue menzogne, e vuole esportare (proiettare) le sue verità sugli altri? Perché ci crediamo buoni, amici, e ci vogliamo bene, e invece, tutto ciò che riusciamo a fare è strumentalizzare l'altro come estensione del nostro bieco colonialismo evangelico missionario: vivere l'altro come estensione del nostro delirio di bisogno di essere riconosciuto in quello che diamo, diventa però ben presto, un terreno che si esaurisce, si inaridisce e muore.
La bontà assoluta, protratta, per esorcizzare la paura e l'incertezza che ci fa la vita dell'aldilà. Se faccio del bene mi meriterò quel 'trattamento' di favore che è promesso dal buon Dio. Quanto bene si fa nel mondo in nome del buon Dio, uccidendo e sradicando intere culture? L'ipocrisia, la menzogna del non ammettere semplicemente il nostro terrore più profondo, non costituisce nessun humus, non nutre i nostri rapporti, li uccide. Si parla tanto di crisi della coppia, della famiglia, e come cura si prescrivono quei valori etico, morali e spirituali che radicano ancor di più la nostra menzogna. Proprio perchè i valori cosiddetti umani, essendo intrinsecamente basati su una sorta di etnocentrismo delle proprie tradizioni, esprimono una discriminatoria che include ed esclude chi e non chi è come noi. Per questo motivo falliscono nel fornire quell' antidoto al narcisismo umano.
I valori in Natura, invece, non esprimono nessuna discriminatoria, proprio perché tutto in Natura condivide la stessa condizione d'incertezza, temporaneità, transitorietà e di vulnerabilità, se vuoi proprio di morte, a pre-scindere.
La Natura riserva la stessa chance a tutto e in tutto l'universo. Niente e nessuno può godere di una tipologia privilegiata. Tutto danza, a vibrazioni diverse e con ritmi diversi, ma la stessa musica.
Mi rendo conto di come la fallita capacità di sapersi mettere nei panni degli altri si 'congeli' durante la fase cruciale del rapporto madre-figlio/a, se non si recide quel 'cordone ombelicale'. Se volete approfondire a riguardo consiglio vivamente la lettura di un libro di Wilber che chiarisce meglio il concetto 'Progetto Atman'Ed.La Cittadella Assisi.

Forse un poco mi sono perso, ma era necessario perché voglio raccontare come questo sia lampante durante l'orario di visita nei reparti degli ospedali.
Ieri tra le 18.00 e le 19.30 si è verificata un''alluvione 'di persone riversatasi nel reparto di medicina generale dell'ospedale di Bracciano. Dai primi accertamenti ci sarebbero ingenti danni alle strutture psico.emotive dei pazienti: qualcuno deve ancora riprendersi, nonostante siano passate parecchie ore dalla sciagura, qualcuno è dato ancora per disperso, ed i soccorsi non sono facilitati nelle operazioni di recupero viste le lontananze siderali in cui ora si trovano alcuni, anche se pochi, degenti della corsia. Testimonianze riportano che verso le 18-01, uno dei momenti, insieme alla colazione e al pranzo di maggiore piacere dei degenti, si è udito dapprima una piccola pioggerellina, poi nel giro di due minuti, una 'pioggia torrenziale' che ha letteralmente, dico fisicamente saturato le palle di tutti noi.
Si teme che la situazione non tenda a migliorare e chissà per quanto tempo noi pazienti saremmo costretti a subire questa violenta invasione di maleducazione, di non com-prensione, di non -compassione e di non rispetto; che ci rende traditi, invisibili e soprattutto ancor più soli.
E la cosa più triste che passa tutto sotto il nome del 'Far del Bene', in nome dell'AMORE. CAZZO!!!!!!!
Un Paziente stanco delle visite d'Amore!!

Sapersi mettere nei panni dell'altro è sempre un levare, per lasciare spazio al mondo, a Dio, a TE.

Ora, lasciando un pò da parte questi psico-filosofismi e scendendo nel concreto vi racconto'
La mia stanza è occupata da sei letti +tavolo+sediecomodini+armadi e strumenti ospedalieri vari. Il tutto lascia come spazio utile per muoversi: una sessantina di cm. tra letto e letto e circa un due metri scarsi di corridoio in mezzo alle due file. Ieri alla visita serale ho contato nella stanza 23 persone, di cui 15 solo per un paziente, 5 per un altro, e tre per un altro. Fortunatamente due di noi, tra cui io, senza visite.
Le persone erano arrivate a sostare sino a un metro dal mio cuscino. Vari gruppetti, sparsi ognuno che parlava di cose aliene al contesto visita. C'era chi parlava di calcio, chi di caccia e di cani, chi di Scarlett Johanson, alcune di ricette, altri di gossip di paese. Nessuno, dico nessuno, ha quasi mai rivolto la parola ai propri cari interessandosi del loro stato di salute. Infatti c'era chi si era addormentato, chi si nascondeva dietro un giornale e chi addirittura giocava alla Playstation.
Che banda di irriconoscenti!, le persone vanno a trovarli nonostante le fatiche, e oro che fanno??, evadono!. E' proprio vero che il malato è un onnipotente che vuole tutta l'attenzione su di sé. I benefici secondari della malattia? Ma dove? ma quando mai? .
Il mio ospedale ideale vedrebbe visite ristrette solo ad un numero ma' di due e a scelta del paziente, e, soprattutto mai durante le ore dei pasti e riposi.
Senza parlare, ribadisco la presenza dei volontari ed il loro continuo assillo sulle deficienze delle strutture ospedaliere, e le loro sparizioni nei momenti in cui i pazienti hanno maggior bisogno, il momento del cambio indumenti e pulizie parti intime degli allettati, e il momento dei pasti dove questi appunto non riescono a mangiare autonomamente. Se dovessi stilare una classifica sugli elementi più stressanti della vita ospedaliera metterei al primo posto la maleducazione dei parenti durante le loro scese. Luke