Da “Il significato della felicità” - Alan W, Watts

Tutto dipende dall’uomo e poco o nulla dal metodo. (Jung)

Quando l’uomo sbagliato usa i mezzi giusti, i mezzi giusti funzionano nel modo sbagliato.
(proverbio cinese)


L’uomo vive la sua vita grazie allo stesso potere con cui la vita vive l’uomo. L’accettazione totale è una chiave per la libertà, è insieme attività e passività; come passività è accettare noi stessi, i nostri desideri e le nostre paure come movimenti della vita, della natura e dell’inconscio; come attività è lasciare noi stessi liberi di essere noi stessi e di avere i nostri desideri e le nostre paure. Questo sentimento di interezza è possibile averlo non solo in rari momenti di intuizione, ma anche nella vita di ogni giorno e ciò avviene non appena ci rendiamo conto che tutte le nostre attività sono attività della natura e dell’universo tanto quanto l’orbitare dei pianeti, lo scorrere dell’acqua, il ruggire del tuono e il soffiare del vento.
La libertà non è diversa dallo stato mentale che abbiamo ora. Purtroppo noi interferiamo nei nostri stati mentali, pensando che alcuni siano più vicini alla libertà di altri. Questa interferenza scaccia il senso di libertà, perché l’orgoglio spirituale sta nel pensare che alcune creature e alcuni stati mentali siano più vicini a Dio di altri. Ora l’accettazione diventa amore quando ci mette in grado di vedere che Dio non si allontana da noi neppure quando siamo peccatori. Dio è la totalità della vita, che include ogni possibile aspetto dell’uomo e si conosce nell’accettare la totalità della nostra esperienza in ogni momento. La libertà ha il suo fondamento nella consapevolezza che l’unione con Dio, la vita o la natura non potrà mai essere distrutta; che, finchè si vive ( e forse quando si è morti) non si potrà mai fare altro che esprimere Dio o la natura in tutto ciò che si pensa o si fa.
L’uomo libero sa che, anche se tocca il fondo della depravazione, non può in nessun modo negare o separarsi da un universo che include tutti gli estremi e quindi non può soffrirne. Così nella libertà dello spirito comprendiamo che, sia che amiamo la vita o l'aborriamo, sia che siamo pieni di compassione o di odio, di meraviglia o di lussuria, di bellezza o di orrore, di saggezza o di ignoranza, tutti questi opposti e ciascuno di essi sono accettabili come il giorno e la notte, la calma e la tempesta, la veglia e il sonno. Non ci sentiamo obbligati, per qualche preconcetto ideale di buon carattere, a reagire alla nostra esperienza nel modo “giusto”; in ogni momento possiamo reagire a quella esperienza esattamente come ci aggrada ed essere consciamente disinibiti come l'animale selvaggio lo è per l'istinto. Nel dolore l'uomo libero si sente di piangere, nella sofferenza di gridare,nella collera di uccidere, nella gioia di ubriacarsi e nella pigrizia di oziare. E' proprio questo sentimento di libertà che lo assolve dalla necessità di fare queste cose. Egli è come un uomo con una manichetta antincendio; il boccaglio sono il suo corpo fisico e il cervello, l'acqua è il potere della vita. E' libero di volgere quel tubo i ogni direzione immaginabile, perchè non c'è torsione o giravolta con cui possa tagliare l'afflusso dell'acqua datrice di vita, che non cessa mai di fluire in tutto il suo potere. In stati di depressione o abulia ci può sembrare che sia in magra, ma questo è solo perchè non diamo a quell'umore la possibilità di espandersi; puntiamo il boccaglio contro il terreno e la forza che impieghiamo per tenerlo giù è il nostro sforzo per reprimere quell'umore.
Abbiamo una frase popolare che descrive questa libertà: “Lasciati andare!” Nel linguaggio della religione e della psicologia è chiamata autoabbandono. L'autoabbandono alla vita è sostanzialmente un atteggiamento. Un tentativo deliberato di abbandonarsi non può essere fatto senza fede, perchè è come fare un tuffo nelle acque mugghianti di un torrente. Confucio narra di un uomo che riusciva a venir giù per un enorme cascata sano e salvo, abbandonandosi alla natura dell'acqua precipitante. Ma la fede seguirà l'abbandono purchè non ci aggrappiamo all'orlo e non ci impediamo di saltar giù per l'onda crescente dell'apprensione- insomma purchè saltiamo giù immediatamente. Questo è l'abbandonarsi alla propria esperienza, al proprio stato mentale, qual'è in questo stesso momento, pronti a farci portare da esso dovunque voglia. Ma appena lasci che la vita ti viva, scopri che stai vivendo la vita con una pienezza e uno slancio completamente nuovi. E’ come se permettessi alla tua compagna, la vita, di accordare il movimento e il passo finchè la danza stessa non ti fa sentire che anche tu fai altrettanto con lei. E allora ella riderà di te e ti dirà che lo stavi facendo per tutto il tempo, solo che eri così occupato a cercare di misurare i passi da solo che hai dimenticato la tua compagna e perfino che si trattava di una danza.
Pertanto l’uomo libero ha la sensazione di avere in sé un centro immutabile- un centro che non sta esattamente nel suo Io e nella vita, nella natura, nell’inconscio come indipendente dall’Io. E’ il centro della danza, il punto intorno a cui i due ballerini ruotano e in cui realizzano l’unione. Egli è libero perché questo centro lo fa sentire assolutamente sicuro e a proprio agio nell’universo; egli può portarlo dovunque, piegarlo a fare qualunque cosa, perché, come dice Lao Tse del Tao, “Usandolo lo trova inesauribile”. Questo centro è il punto da cui dipende il suo sentimento di interezza e si sviluppa nella fede- perché egli ha fiducia e si abbandona all vita, da una parte, e a sé stesso dall’altra, e anche alla danza che sta tra loro due. Dio infonde la Sua vita e la Sua forza i tutte le creature, spingendole a usare quella vita e quella forza come vogliono, perché Dio è il principio della fede e dell’amore. Quando l’uomo ha quella stessa fede e quello stesso amore per tutte le creature della sua mente, che sono gli stati della sua mente di attimo in attimo, allora entra in armonia con Dio. Infatti il regno dei cieli è dentro di noi – microcosmo del macrocosmo – e l’uomo trova la sua libertà attraverso la fede nel proprio universo, facendo sorgere il sole della sua accettazione sui malvagi e sui buoni. E in questo c’è profonda umiltà, perché come Dio si riconosce nel peccatore e nel santo, nella melma e nelle stelle, così anche l’uomo, nel condividere la libertà di Dio, deve riconoscersi nei suoi abissi e nelle sue altezze. Perché i nostri veri maestri di saggezza non sono i savi e i loro scritti, ma le creature della nostra mente, gli dei e i demoni del pensiero e del sentimento e le loro reazioni al mondo esterno dell’esperienza. E di questi demoni il più nero di tutti è chiamato Lucifero, il portatore della luce, perché è fatto per mostrarci che c’è luce nelle tenebre non meno che nella luce. Per dirla con Monoimo lo Gnostico:
“Cessa di cercare Dio (come se fosse fuori di te) e l’universo e le cose simili a questi; cercaLo dal fuori di te…e impara donde nascono il dolore e la gioia, e l’amore e l’odio, e lo stare svegli nostro malgrado, e il dormire nostro malgrado, e l’adirarci nostro malgrado, e l’innamorarci nostro malgrado. E, se investigassi attentamente queste cose, Lo troveresti in te stesso uno e molti, esattamente come l’atomo; trovando quindi una strada che dall’interno di te porti all’esterno di te”.
La vita dell’uomo ha inizio quando egli si sveglia alla sua libertà, e prima lo scopre meglio è per lui. La religione, in questo senso non è la meta della vita; è il suo ingresso, e nella libertà dello spirito l’uomo ha il più glorioso strumento di creazione che potesse desiderare. Infatti ha scoperto Dio non solo nei pensieri su Dio, ma anche nel pensiero stesso, e sa che pensa a Dio anche quando la sua attenzione è assorta nelle cose di questo mondo. A queste cose apporta una nuova forza, un nuovo slancio, una nuova spontaneità, perché può dedicarvisi senza riserve, consapevole che la spiritualità non è affatto limitata al pensiero delle cose “spirituali”.
Alla fine verrà il giorno in cui questa libertà opererà un cambiamento nella struttura psicologica che sarà possibile osservare nei sogni e nelle fantasie. Quando la piche si adatta pienamente alla sua libertà, abbiamo la condizione che Jung definisce “individuazione” - una conseguenza e non una causa della libertà spirituale. Perciò si può dire che nel processo di individuazione la psiche diventa un “organo” nuovo, che Jung chiama il sé, distinto dall'Io, da una parte, e dall'inconscio, dall'altra. Questo sé,quale veicolo della libertà, appare, di regola, solo negli anni maturi, quando la libertà è diventata un abito e ha modellato l'organismo umano per conseguire i suoi fini, esattamente come un'acqua scorrendo perennemente si scava il suo corso nella roccia. Questo è il compimento della personalità. Ma sotto certi aspetti ancora più importante è il risultato immediato di una realizzazione autentica della libertà. E' la risposta dell'individuo a Dio conosciuta come culto o adorazione e che ha il suo fondamento nell'amore; non possiamo mai separarci dal potere della vita e dell'amore di Dio. Se possiamo imparare ad amare, ad accordare la libertà alle altezze e agli abissi della nostra natura, ci renderemo conto immediatamente che questo amore non può dirsi una nostra produzione soltanto, ma è nella stessa natura dell'universo, e che le nostre altezze e i nostri abissi sono incomprensibili senza di essa. E questo significato, questo amore, che è la “raison d'etre” degli opposti, esiste molto prima che la nostra accettazione degli opposti lo riveli, perchè l'accettazione è solo un modo di vedere quello che già esiste. Se non è accettato l'universo non ha senso; è insensibile fato, caos, ma l'accettazione è un modo di scoprire il significato, non di fabbricarlo.
Per dirla come Eckhart: “Come Dio può essere visto solo con la Sua luce, così può essere amato solo con il Suo amore”. L'amore, però, non deve essere confuso con la preferenza; possiamo avere gli opposti ma, a causa della nostra natura umana, non possiamo sempre gradirli. Solo al pervertito piace realmente soffrire, ma l'amore per la sofferenza si riconosce nel dare la libertà alla nostra avversione per essa; infatti, senza la nostra avversione, la sofferenza non è più sofferenza.
La rivelazione mediante l'accettazione, che nell'amore siamo liberi quanto alle nostre altezze e ai nostri abissi, ci chiede a gran voce una risposta di amore e di meraviglia per la vita e per Dio, se vediamo la vita come l'aspetto esteriore di Dio. Come dice Sant'Agostino: “Ama e fa ciò che vuoi”, perchè nell'amore, come nell'accettazione, l'uomo non nega nessun aspetto della sua natura. Dice Eckhart: “Non c'è libertà interiore che non si manifesti in opere d'amore”; infatti l'uomo libero è così pieno di di gratitudine verso la vita per la libertà di essere tutto se stesso, che vi rinuncia con gioia. E' qui che la vera libertà si difende dall'abuso. La gratitudine rende possibile sacrificare la libertà di essere immorale nel rendersi conto che che l'immoralità e il peccato sono meschini e noiosi. Per la sua gratitudine la religione dell'uomo libero è principalmente un mezzo per dire : “Grazie”. Non è un mezzo per scoprire la salvezza, perchè la religione come ricerca dell'illuminazione personale è necessaria ma egoistica, è un tentativo cieco di creare per proprio conto ciò che semplicemente si lascia possedere solo se lo accetti – un cercare il fuoco con una lanterna accesa. Così la religione della libertà sta nell'usare quella libertà e nel rendere grazie per essa, perchè solo una fede morta non si rivela nelle opere. Nello stesso tempo la libertà è una responsabilità tremenda. Se abusa della sua libertà non la perde, ma deve pagare il prezzo materiale per l'abuso- un prezzo che è più grande per lui che per gli altri. E' come se i suoi pensieri e i suoi atti fossero guidati da un potere più grande e producessero però risultati più potenti. Tutti gli uomini usano il potere di Dio, ma quelli che lo usano in piena coscienza, devono stare particolarmente attenti a come lo usano.
A volte l'uomo libero svolge il suo rito di ringraziamento silenziosamente dentro di sé; altre volte lo svolge nelle chiese e nei templi con altra gente, dandogli ogni possibile adornamento di musica, canto ed estetica bellezza. Si rende possibile una morale autentica, infatti l'uomo libero è morale perchè vuole, non perchè pensa di dover essere morale. Senza la gratitudine, la morale è una mera disciplina che tiene la società umana in condizione relativamente stabile fino al tempo in cui gli uomini imparano la libertà dell'amore. Ma come disciplina non può insegnare l'amore e come esercizio religioso non è altro che imitazione del comportamento dell'uomo libero.
La realizzazione ha compiuto la sua opera, quando la vita stessa diventa un'espressione di gratitudine, e questa è la felicità più grande perchè il significato della felicità consta di tre elementi: la libertà, la gratitudine e il senso del meraviglioso. Questi tre elementi possono essere presenti nella più ordinaria delle vite; l'uomo libero non è necessariamente un mago, un veggente o un mistico assorto in stati ineffabili di coscienza. Così molti commettono l'errore di cercare nei reami del soprasensibile quella felicità che non sanno trovare qui sulla terra, cercando un'occulta “coscienza cosmica” che li affranchi dalle monotone esperienze della vita di ogni giorno.
La Grande Illuminazione è lo stato di coscienza che hai in questo momento, e si riconosce come tale solo quando cessi di fuggire lontano da essa e le dai la libertà di rivelarsi.
La bellezza è bellezza proprio perchè è un mistero, e, quando la vita ordinaria è vista come un profondo mistero, allora siamo vicini alla saggezza. Così per l'uomo libero c'è tanto di divinità e mistero in un mattone quanto in tutte le branche della scienza occulta. C'è tanta libertà spirituale nell'osservare i passeri su una strada cittadina quanto nel meditare in un romitaggio montano sotto le stelle. C'è tanta espressione di quella libertà nello sbucciare patate quanta nel trarre dall'organo di una cattedrale l'armonioso tuono di una fuga. Infatti l'uomo libero è diventato consapevole del fatto misterioso che l'intera forza dell'universo agisce nella più piccola delle cose, nel più piccolo dei pensieri e nella più piccola delle azioni. Nell'accettazione si è solo svegliato per vedere ciò che l'amore ha compiuto sin dalle origini dei tempi. Vermi, pulci, idioti, e ubriaconi l'accettano, in realtà, non meno di lui e anche se non lo sanno come lo sa lui, non può negar loro una particella di quella venerazione che è tributata ai santi e ai savi. Vede che, se c'è uno stolto, quello è lui che non ha scoperto il suo tesoro molto prima. Così nel momento dell'illuminazione si rende conto che l'universo è un mistero più grande di quello che può mai sperare di sondare, perchè la perplessità più profonda di tutte è che a una creatura come lui sia concesso di usare la forza che muove il sole e le altre stelle nei più piccoli dei suoi atti.