Ricordando Siddharta

NON VEDIAMO UN MONDO OBIETTIVO
IL MONDO RIFLESSO CHE LA MENTE CREA MOSTRA NOI STESSI IN MILLE SPECCHI

Ricordo le sensazioni che 40 anni fa mi diede la lettura di Siddharta. Credo sia stato uno dei primi libri a farmi veramente innamorare dell'Oriente. Lessi ogni pagina con passione e immedesimazione nel personaggio. Sognavo mondi lontani, incontri con i saggi, l'India misteriosa e le esperienze mistiche del contatto con il vero Sé.
Oggi in queste pagine vedo il mio passato mentre allora sognavo il futuro. Mi tornano alla mente chiarissimi gli stati d'animo di me giovane ed entusiasta che immaginava un futuro ricco di avventure alla ricerca della verità e della saggezza. Ora sessantenne m'identifico invece con le ultime pagine, quando le illusioni del mondo hanno perduto il loro fascino. Siddharta, infine, accetta la vita nella sua pienezza e sente nel suono del fiume tutti i suoni come nell'OM.
Poco tempo fa ho scritto un brano usando come metafora dell'esperienza dell'illuminazione, l'immagine dell'onda che si risveglia alla coscienza d'essere Oceano… d'esserlo sempre stata... Comprende che forze più grandi la muovono e sono la sua stessa sostanza. Non è necessario che faccia nulla per diventare il "mare". E arrendendosi alla vita ne incarna la pienezza. Non ricordavo per nulla la somiglianza con le immagini di Siddharta.
Già da ragazzo mi rendevo conto che si trattava di un romanzo e che Hermann Hesse esprimeva attraverso l'archetipo di Siddharta il suo percorso di "individuazione" in cui era implicita l'influenza della Psicologia Analitica di Jung e lo Zarathustra di Nietzsche che più avanti il "giovane Filippo" avrebbe tanto amato.
Riascoltando oggi in audio-libro Siddharta, appare chiaro quanto tutto nella vita sia incredibilmente interconnesso e il "tempo" sia davvero un'illusione. Nel personaggio del libro sono evidenti aspetti, che sono universalmente veri per tutti i sinceri ricercatori. Le immagini dell'io, sono come le carte da gioco di un mazzo che l'archetipo mette sul tavolo, oltre ogni causalità e meccanicismo e oltre ogni nostra possibilità di controllo razionale.
Nel rileggere questo libro mi rendo conto di quanto sia evidente che la vita è espressione dell'Essere, del nostro vero Sé, specchio dei nostri sogni e speranze più nascosti, colorata dalle passioni inconsce dell'anima. Mentre il presunto controllo sugli eventi del pensiero egocentrico è l'illusione alla radice dei conflitti umani.
Negli anni ho vissuto molte delle cose che avevo sognato, spesso molto più a fondo di quanto avrei mai immaginato. E alla fine sono stato ricondotto dopo tanti viaggi, avventure, illusioni e delusioni, sofferenze e gioie, ad arrendermi all'Essere, che coincide con la fine della ricerca e del ricercatore stesso. Nella vita come nel libro tutto era già implicito dall'inizio, come la quercia nella ghianda.
Riascoltando l'opera di Hesse mi accorgo che certe cose le ricordavo benissimo (le doti di Siddharta e le sue belle avventure) mentre avevo quasi del tutto dimenticato le sue sofferenze. Nella mia ricerca della felicità avevo cancellato un aspetto cruciale della storia, cioè che il risveglio del protagonista sarebbe stato preceduto da un momento di disperazione e delusione profondissima. Solo dopo questa morte interiore, il rifiuto d'ogni illusione, si era manifestato il risveglio e con esso la fine dei conflitti interiori e la liberazione.
Trovo rispecchiati nel mio atteggiamento giovanile, come nel libro, il rifiuto dell'ortodossia, dell'appartenenza religiosa, della dipendenza da autorità esterne, la consapevolezza della vanità di ricercare una bontà autoimposta per sfuggire l'ombra e l'oscurità. Pensavo fosse un inganno ipocrita che allontana dalla verità e dalla pienezza, mentre solo l'integrazione degli opposti ci può avvicinare alla Realtà.
Il destino ha voluto che ci passassi attraverso perché il vivere in India tanti anni nell'ambiente dei maestri dell'Himalaya, inevitabilmente mi ha fatto, a tratti, illudere di raggiungere l'autorealizzazione attraverso santità e siddhi (poteri psichici) e forse ruoli importanti nella comunità spirituale di cui mi son trovato a far parte. Spesso presi dalle passioni, dimentichiamo che stiamo cercando il cercatore stesso.
Dimentichiamo la Consapevolezza in cui quest'io emerge. Dimentichiamo che è inutile attaccarsi alle esperienze del mondo esterno in continuo divenire.
Dimentichiamo di vivere fluendo nell'attimo eterno. Se non si sta molto attenti è facile accettare la banalità del pensiero collettivo, che piuttosto di vedere le cose come sono, preferisce perdersi nelle fantasie futuribili di automiglioramento e nel moralismo colpevolizzante.
Tutte cose che avevo in partenza rifiutato e perfino deriso come inganni per bambini e materia adatta a ipocriti presuntuosi coinvolti in un trip spirituale, con personalità deboli possedute da archetipi inconsci.
Solo ora, dopo avere vissuto queste situazioni sino infondo, solo dopo averne riconosciuto il fascino, come la più efficace e pericolosa esca per l'ego, potevo davvero rifiutarle e, come insegna Siddharta, emanciparmi dai travagli dell'io. Ho dovuto vivere sulla mia pelle le subdole pretese dell'"io spirituale" e le suggestioni collettive di rassicurante appartenenza al mondo dei giusti.
Dopo Siddharta lessi tutti gli altri libri di Hesse. Ricordo che mi piacquero particolarmente Narciso e Boccadoro, Pellegrinaggio a Oriente, Il Lupo della Steppa, e il Gioco delle perle di vetro. Quando dissi al Prof. Bernardino del Boca quanto mi parevano belle queste letture mi suggerì di leggere Damien, che mi entusiasmò meno, probabilmente perché descriveva le nevrosi esistenziali di un giovane e faceva da specchio alle mie problematiche irrisolte, lasciando meno spazio ai sogni.
Con il tempo Siddharta passò in secondo piano, e io finii con il ricordare solo che mi aveva toccato molto e spinto con maggior intensità le mie letture verso la filosofia Orientale. Non volevo più leggere dei romanzi sui Maestri ma le parole dei Maestri stessi e dopo i maestri i loro commentatori più autorevoli.
Senza rifiutare la scienza, la letteratura e la psicologia Occidentale che restavano le radici di riferimento, e che ogni saggio metteva in guardia dal recidere, per molti anni le mie letture furono in larga misura su Aurobindo, Krishnamurti, il Buddhismo, lo Zen, il Taoismo, i commenti moderni di Alan Watts e altri autori. Della opera omnia di Jung mi colpì in particolare Psicologia e Religione e trassi anche ispirazione dalla opera di Mircea Eliade e di tanti altri. Poi strane coincidenze mi portarono in India, a incontrare di persona un Maestro. Tanto affascinante era questo giovane illuminato che le mie resistenze intellettuali presto vacillarono. Mi mostrava un modo di essere e una presenza che non aveva nulla a che vedere con le religioni e la filosofia, eppure appariva come incarnazione stessa dell'ineffabile spontaneità e armonia della vita descritta dalla Filosofia Perenne. Mi pareva che Sri Babaji esprimesse lo stato di coscienza che Jiddu Krishnamurti e altri saggi cercavano di indicarci con le loro parole. Limpido come uno specchio. Mi recai così ogni anno in India, tranne un anno che passai in una scuola postuniversitaria di psicologia in California, dove incontrai gli eminenti psicologi del tempo. Ricordo che facendo il confronto tra i benefici ricevuti dal il soggiorno in India e quelli ricevuti dalle prestigiose Università americane, i primi apparivano di gran lunga superiori e più profondi.
Così in un turbine di avventure mi trovai a fare pratiche ascetiche in un ashram, sperduto in una valle dell'Himalaya dove ancora tigri e leopardi si abbeveravano nelle limpide acque del fiume.
Ero presente quando sei anni dopo il primo incontro il Maestro lasciò il corpo.
Chi avrebbe mai sognato che avrei vissuto in una grotta con un vecchio sadhu, che mi sarei bagnato prima dell'alba al fiume e ogni giorno avrei incontrato il giovane Illuminato circondato dalla luce della consapevolezza, ai piedi del quale vecchi saggi venivano a inginocchiasi da tutta l'India e molti personaggi importanti per venire ad incontrarlo affrontavano il difficile viaggio nella giungla e molti guadi del fiume. (Ho sentito dire solo recentemente che in quegli anni anche Steve Jobs, e i ragazzi che avrebbero fondato Google e iBay, lo avevano brevemente incontrato negli anni '70).
Nei miei primi viaggi in India, per ritornare alle mie letture, scoprii per caso a Delhi, in Shakhar Market vicino a Connaught Circus, il "Piccadilly Bookstore", un meraviglioso negozietto pieno di libri di filosofia e religione.
Il proprietario, con mio stupore, riconobbe subito il mio Guru per un bracciale di rame con la scritta Om Namah Shivay, che avevo al polso.
Conosceva a memoria il catalogo dei suoi 20.000 libri impilati sino al soffitto in quel labirinto di strettissimi corridoi e iniziò a mettere sul banco i libri per me dicendo a ogni volume che aggiungeva alla pila: "Sri Babaji like this, Sri Babaji like this…".
Non occorre che dica che i libri che mi dette in quel momento mi parvero scritti apposta per me…
Tornai da lui ogni anno per quasi trent'anni, sulla via dell'Ashram. Sapevo che si approfittava un po' soprattutto di noi Occidentali, e seppi che a Delhi era noto per aumentare i prezzi di copertina dei libri con piccole etichette maggiorate, ma valeva la pena spendere qualche rupia in più per quei testi che altrimenti non avrei mai trovato. Le possibilità di Internet erano allora ancora inconcepibili e per me lui era il miglior motore di ricerca.
Il vecchio libraio sapeva sempre consigliarmi i libri che poi riconoscevo chiaramente come: "proprio ciò che stavo cercando". Così nei miei soggiorni a Herakhan avevo sempre con me letture molto appassionanti sui temi essenziali della ricerca. Con l'avvento dei computer portatili e dell'elettricità nell'ashram, è iniziata la mia passione per le traduzioni, e così durante i miei soggiorni m'impegnai a tradurre delle Upanishad, la Ribhu, la Ramana, l'Astavakra Gita, e altri brani tratti da vari libri, da Shankaracharya, a Ramana Maharsi, da Nisargadatta Maharaj, a Lao Zu. E non trascuravo psicologi e filosofi occidentali e la Psicologia Transpersonale, la sintesi di Ken Wilber.
Scrivo questo per riassumere il percorso delle letture che Siddharta inaugurò, anche se a questo punto lo ricordavo come un romanzo di gioventù. Qualcosa di leggero e un po' romantico, una lettura facile per principianti, che anche dal punto di vista letterario non era al livello dei grandi classici.
Mentre leggevo e pensavo, la vita mi portava continue e inaspettate esperienze (John Lennon diceva che la vita è quella cosa che passa mentre siamo impegnati a far qualcosa d'altro)… il successo professionale, la morte del Guru, gli alti e bassi dell'anima, la lotta interiore per trovare del vero amore, la ricerca di una meta stabile e di una pace definitiva nel mutare continuo degli eventi e delle situazioni e, con l'età, una crisi personale che produsse una profonda disillusione riguardo a tutto ciò che riguardava me e il mondo.
Non intendo qui perdermi nella biografia dei sogni realizzati o infranti, delle illuminazioni estatiche e delle crisi personali, delle umilianti auto-analisi, tra intuizioni folgoranti e le delusioni, che mi hanno condotto sino a disprezzare me stesso e il mondo e per poi offrirmi un'inaspettata e liberatoria rinascita.
Passano rapide le vicende della vita e infine, come nel romanzo letto in gioventù, è giunta la sensazione che ogni conflitto sia dissolto, un'inesplicabile libertà dell'essere.
Così ora ritrovo il mio stato attuale nelle ultime pagine del romanzo di Hesse, allo stesso modo in cui da giovane mi ero identificato con le avventure dei primi capitoli.
La vita appare come il sogno di un attimo. Emerge inatteso e sempre nuovo il profumo dell'eternità. In questa serenità senza tempo non ci sono conflitti, né c'è più bisogno di concetti.
Non c'è nulla che si possa descrivere e finiscono le parole.
Om…
HERMANN HESSE – SIDDHARTA