Induismo e Rebirthing Transpersonale (2008)

Tu non sei né terra, né acqua né fuoco, né aria, né spazio. Per ottenere la liberazione riconosci il Sé come il testimone di tutto questo e come la Consapevolezza stessa.
Astavakra Samita

Il mio percorso verso il Transpersonale ha certamente radici nella cultura Indiana perché è in India che ho svolto per molti anni le pratiche più profonde sia dal punto di vista esperienziale che filosofico. Aggiungo queste pagine che ho scritto durante l'annuale soggiorno in India nel 2008 con lo scopo di correlare in modo più chiaro argomenti che ho trattato in altri capitoli. In particolare vorrei ritornare ad esaminare aspetti della filosofia Orientale, del "non-dualismo", e ed il loro rapporto con il Rebirthing Transpersonale.
Come abbiamo visto la Psicologia Transpersonale raccoglie i sentieri antichi e moderni diretti alla conoscenza interiore e alla liberazione, mantenendo una posizione di laicità nei confronti delle religioni che sono studiate in contesto psicologico, simbolico ed ermeneutico, con particolare attenzione alle pratiche efficaci alla trasformazione della coscienza.
Nel campo della ricerca interiore l'Oriente ci ha trasmesso molti tesori che oggi possiamo integrare con le conoscenze della scienza moderna e in questi ultimi 30 anni il Buddhismo è stata la matrice sapienziale che dall'Oriente ha maggiormente influenzato la ricerca di molti, in quanto è una filosofia molto adatta al pensiero moderno, nel suo approccio pragmatico alla natura della mente. Mi riferisco in particolare al Buddismo Mahayana, che ha in sua santità il XIV Dalai Lama Tenzin Gyatso, un grande maestro vivente, oppure ci riferire al Buddismo Zen della tradizione classica. Ho trovato illuminanti molti insegnamenti Buddisti, ed ho avuto la fortuna di conoscere venerabili Lama, ma è il contesto Indù quello in cui sono vissuto.
L'Induismo in Occidente si conosce molto meno perché presenta una realtà estremamente variegata. La tradizione spirituale Indiana del Sanatan Dharma (la Legge Eterna), raccoglie le correnti di pensiero più diverse inglobando sia le forme popolari animiste o le tradizioni d'origine sciamanica preariane, sia le profonde tecniche dello Yoga del Tantra e del Krya, e le scuole filosofiche più sottili e profonde. Caratteristica peculiare della filosofia indiana è che le prospettive più lontane fra loro sono state nei secoli in costante dibattito dialettico, lasciando spazio al dubbio e al rinnovamento della ricerca, e questo che ha caratterizzato il pensiero indiano sin dai suoi albori come si può notare da alcuni versi dei più antichi Veda (ad esempio in un verso un Rishi si domanda: "Da dove viene tutto questo? Forse solo Dio in cielo lo sa, o forse non lo sa neppure lui?"). Questa sete di verità vissuta nella libertà di coscienza, quest'approccio non dogmatico ed esperienziale allo spirito, è uno dei grandi punti di forza della saggezza indiana. Tra i periodi più fertili e splendidi della cultura Indiana ci sono anche i secoli in cui i dominatori mussulmani hanno preso come regola la comprensione e l'accettazione delle diverse fedi in una visone in cui la ricerca senza preconcetti della Verità era la chiave del confronto tra le diverse fedi. (Solo alla fine del 600 a causa di un regnante feroce che andò contro la tradizione di tutti i suoi predecessori illuminati iniziò un oscuro periodo integralista e iconoclastico dell'Islam, i cui effetti negativi echeggiano ancora).
E' sufficiente scorrere le circa duemila pagine del testo classico di Radhakrishnan sulla Filosofia Indiana, (Indian Philosophy 2 vol. Oxford University Press, New Delhi, India, 1999, tradotto in Italiano per le edizioni Vidya) per rendersi conto delle infinite ramificazioni e della vastità .del pensiero indiano. Come se la mente umana di fronte ai misteri della Realtà avesse tentato ogni soluzione possibile e dai diversi livelli e prospettive, integrando in un corpo unico le infinite modalità individuali di accedere alla liberazione dalla sofferenza e alla comprensione della verità.
Quale è la natura della vita e del mondo? Da dove veniamo e perché esiste l'Essere? Dove ci porta la Morte? Il nostro io si dissolve con il corpo o continuerà ad esistere in mondi sottili oltre la materia? Scompariremo per sempre o ritorneremo in altre forme in altri corpi o ci libereremo dalle sofferenze della vita per fonderci con la luce da cui fummo irradiati? C'è un creatore a cui dobbiamo obbedienza e come conoscerlo? E' tutto solo un processo cosmico d'eventi elettromagnetici chimici e biologici, e la nostra illusione consiste nell'attribuire intenzioni o disegni a processi ai naturali? Oppure tutto il mondo fenomenico è solo un sogno della nostra mente? Quale lo scopo della vita? Come estinguere la sofferenza e quale è la giusta via per raggiungere la felicità e la liberazione?
Di fronte a questi dilemmi i saggi e perseguito e indagato a fondo molte vie: vie ritualistiche complesse e ricche di infiniti simboli, approcci materialisti che assomigliano al nostro epicureismo antico, vie devozionali in cui il cuore è la sola guida, vie dell'arte, della bellezza e della poesia, vie filosofiche di lucidissima analisi intellettuale, vie psicofisiche che propongono la liberazione attraverso la conoscenza ottenuta attraverso la trasformazione della coscienza sino ai livelli intuitivi e translogici. Ci sono sentieri ascetici di silenzio e solitudine, e cammini che implicano il servizio sociale e il lavoro disinteressato, sentieri dell'azione e della non azione, sentieri d'assoluto distacco dai sensi, mentre per certi yoghi sono contemplate anche esperienze tantrico dionisiache di fusione con la natura e l'ebbrezza. Invero potremmo dire che ci sono fasi diverse in ogni sentiero, e diverse prescrizioni per diverse epoche della vita o per le diverse caste, addirittura ogni uomo sceglie mezzi diversi per percorrere il sentiero che conduce alla medesima meta. Si potrebbe andare avanti ad elencare per diverse pagine solo i nomi delle principali correnti e per questo dire che si segue la filosofia indù o una prospettiva Induista è molto vago. E' necessario circoscrivere gli ambiti a cui intendiamo riferirci. Di certo la meditazione e la consapevolezza hanno uno spazio privilegiato. Personalmente in India e ho trovato molta affinità con il la filosofia Advaita e naturalmente con lo Yoga Kundalini. L'Advaita, (non-dualismo) considera la coscienza-consapevolezza della stessa stoffa di Brahman, l'Uno senza un secondo, il principio di tutto, oltre il tempo e i fenomeni. Tutto il mondo fenomenico ha una natura illusoria e anche gli dei del Pantheon Indù sono archetipi reali solo sul piano della mente e dell'illusione, la sola realtà immutabile è Brahman. Questo Brahman che è l'Assoluto, permea e trascende ogni cosa ed è impensabile ed indescrivibile, perché a monte dei fenomeni. Esso è il Sé di Tutto, è oltre i concetti. E' il testimone senza forma di tutto, il mondo appare in Lui e attraverso di Lui senza che Lui ne sia toccato, come su un cristallo appaiono i colori dell'iride quando la luce l'attraversa, o come un'immagine riflessa in uno specchio. L'uomo percepisce il testimone in sé come Atman e questo Atman è uno con il Brahman. La percezione diventa Comunione e Unione in quanto cessa la divisione tra osservatore ed osservato. Cessata la ricerca non serve più domandare: "Come posso meditare se ciò che cerco è colui che sta cercando? Se sono già il Sé, "chi" sta cercando "chi"? La ricerca finisce nel riconoscere che siamo già Ciò, tutto è coscienza non divisa, gli oggetti e fenomeni esistono come eventi separati a causa della mente che discrimina, e alla falsa identificazione con oggetti della coscienza. Fatta tacere la mente è possibile percepire l'Unità dell'Essere.
Le intuizioni dell'Advaita hanno preceduto di molti secoli le scoperte degli scienziati che solo in anni recentissimi son giunti a teorizzare un universo olografico e olistico la cui sostanza è solo energia-informazione senza una reale sostanza 'materiale', e a comprendere l'interdipendenza di coscienza e materia e l'interconnessione di tutte le cose. Non ripeterò le riflessioni dei fisici quantistici e le ipotesi dell'universo olografico perché tratto l'argomento in altre pagine di questo volume. (Vedi Scienza e Spiritualità cap. 12)
Allo yoga Kundalini ho dedicato qualche riflessione nel capitolo 14, qui basti ricordare che questo Yoga pone particolare attenzione al rapporto della coscienza con l'energia latente nel sistema nervoso, la fisiologia sottile e quindi la respirazione con esercizi atti a condurre al risveglio dell'Energia Universale all'attivazione di tutti i Chakra, che è un altro modo per dire l'attraversamento dei vari livelli di sviluppo. (Vedi sui livelli il capitolo 7 di questo volume, e per approfondire nel Vol. II Wilber, Spiral Dynamics, e altri.)
Qui intendo solo mettere in relazione l'efficacia terapeutico-trasformativa delle pratiche respiratorie del Rebirthing Transpersonale quando sono applicate con l'atteggiamento interiore di autoindagine come indicato dai Maestri dell'advaita e dai testi delle Upanishad e applicando metodi psicofisici che trovano significative correlazioni con lo yoga Kundalini e le conoscenze acquisite nei secoli dagli yogi sui processi sottili delle energie e delle forze interiori latenti. La Kundalini, è rappresentata come un serpente che giace alla base della spina dorsale e viene risvegliato attraverso le pratiche sino al suo farsi strada sino alla sommità del capo.
Ho constato che un sentiero classico dalle origini antiche si adatta molto bene alle pratiche del Rebirthing Transpersonale che studiate per l'uomo moderno alla ricerca di se stesso, dell'armonia e di un senso alla vita. Molto spesso ho riconosciuto solo dopo averle vissute spontaneamente, che le esperienze con il Rebirthing Transpersonale rispecchiavano le indicazioni classiche. Attraverso la respirazione, ascoltando senza preconcetti il profondo, ho trovato le stesse cose indicate dai testi orientali e solo così mi pare di averli compresi veramente.
La meditazione, lo sviluppo della consapevolezza, le pratiche psicofisiche, le riflessioni essenziali sono basi importanti per la realizzazione del processo trasformativo cui aneliamo che essenzialmente possiamo riassumere nell'estinzione della sofferenza o nella capacità di affrontarla ben diversamente, nello sviluppo della consapevolezza, e quindi nell'esperienza dello spirito e nella realizzazione della saggezza e dell'armonia in ogni cosa. Ritrovando quello che possiamo definire il nostro Dio interno, paradossalmente anche se soffriamo siamo felici, mentre alienati da Lui siamo infelici anche quando tutto va bene.

Dott. Filippo Falzoni Gallerani