Il sentiero della ricerca interiore: destino e libero arbitrio (2008)

Nel Sé non c'è presagio, non c'è talismano, nulla da imparare, non c'è prosodia da studiare. Avadhoota Dattatreya, che nuota nell'oceano della non differenziazione, canta nella delizia di un cuore puro la grandezza della verità.
Avadhoota Gita


Molte sono le vie traverse ed i sentieri illusori ma anche le religioni tradizionali sono generalmente sostegni dell'io che teme di affrontare la vita e la morte, e solo in rari casi sono una guida alla trascendenza.
Ken Wilber e altri studiosi sottolineano: che la religione per un verso: 'agisce in modo da dare un senso all'io separato: offrendo dei miti, delle storie, dei racconti, dei rituali, delle ricostruzioni che insieme aiutano l'io separato a trovare un senso e a sopportare i pesi e le ferite del duro destino. Questa funzione della religione non cambia necessariamente né abitualmente il livello di coscienza di una persona; essa non offre né trasformazione radicale, né la possibilità di una liberazione che distrugga completamente la sensazione di essere un io separato. Al contrario, offre consolazione all'io, lo fortifica, lo difende e gli dà importanza. Finché l'io separato crede ai miti, compie i rituali, recita le preghiere e accetta i dogmi, sarà, si crede, fermamente 'salvato' sia immediatamente nella gloria di Dio o attraverso le intercessioni della Dea, sia più tardi in una vita dopo la morte che garantisce una beatitudine eterna.
Per un altro verso, la religione è anche servita e questo il più delle volte per una piccolissima minoranza di individui ad una trasformazione radicale, di liberazione. Questa funzione della religione non fortifica la sensazione di essere un io separato, essa lo distrugge totalmente. Invece di consolazione, porta la distruzione, invece di un rifugio, il vuoto, invece del conforto, una rivoluzione, insomma piuttosto che un supporto convenzionale, questa funzione provoca una trasmutazione, una trasformazione dal profondo della coscienza stessa. Si può parlare di queste due funzioni così importanti della religione in un altro modo: la prima funzione, quella che crea un senso per l'io, è un movimento di tipo 'orizzontale'; la seconda, quella che spinge a trascendere l'io, è un movimento di tipo 'verticale' (più elevato o più profondo, a seconda della metafora utilizzata). La prima, la chiamo translazione, la seconda trasformazione.Un sentiero d'autentico risveglio deve quindi seguire questa linea trasformativa, e il vero Guru, agisce in questa direzione.
Questo sentiero trasformativo, comporta non solo il saper riconoscere la differenza sostanziale tra il buonismo e la bontà, tra l'indifferenza e il distacco, tra il narcisismo e l'autostima, non solo la vittoria sulla pigrizia, sulle cattive abitudini, sull'egoismo e l'egocentrismo, che paiono solo necessari preliminari, ma, quando ci si addentra nel lavoro interiore, sfide ben più sottili.
C'è qualcosa di tragicomico nei tranelli che la mente ci tende, e lo sviluppo della consapevolezza che trascende ed integra il pensiero, è un passaggio indispensabile per uscire dalla ruota samsarica dell'illusione e tuttavia le ricadute nel conflitto interiore sono inevitabili lungo gran parte del percorso.
Quando, ad un certo livello dello sviluppo, iniziamo a calmare la mente e a cercare stati di risveglio, invece di dipendere esclusivamente dalle gratificazioni dal mondo, ci troviamo di fronte a difficili prove. La meditazione è uno stato in cui l'io abbandona il centro del palcoscenico e la mente quieta permette il contatto con uno spazio di consapevolezza silenziosa. Ma l'io che vuol meditare è molto rumoroso e difficile da tenere a bada.
Sia che si cerchi di meditare per raggiungere il silenzio e la pace nel distacco, sia che si cerchi il contatto armonioso con noi stessi e pace nelle relazioni, sia che si cerchi di coltivare la compassione e l'equanimità, (anche se lo si fa senza perdere senso critico e cadere nel buonismo) quasi inevitabilmente si crea conflitto tra l'io che desidera e lo stato desiderato, perché è proprio l'io che desidera a ostacolare quanto si vuol raggiungere.
L'io, inoltre indossa diverse fogge, e crea ombre con cui lottare.
Si procede in buona fede ma il sentiero non è facile perché si insinuano inevitabilmente domande come: lungo il cammino della rinuncia si deve rinunciare anche alla rinuncia? Nella ricerca di non desiderare dobbiamo anche smettere di desiderare di non avere desideri? Destino o libero arbitrio?
Allora ci si può trovare coinvolti nella lotta di un io che cerca accettazione, ma cercandola la inibisce. Se l'io cerca distacco, amore e pace, e vuole essere libero dalla pulsioni, crea conflitto con gli istinti ed i pensieri incontrollati, e per questo finisce in auto contraddizione perché è il suo stesso atteggiamento ad allontanare dalla pace. Per questo un verso della Avadhoota Gita (Advaita Vedanta) proclama: 'La tua mente menzognera non è né il soggetto né l'oggetto della meditazione. Come puoi allora meditare impunemente'.
Succede la stessa cosa anche quando la ricerca è antitetica, quando cioè l'io cerca d'essere fluido e di danzare con la vita, con i sensi, e si trova a lottare contro un Super-io castrante che porta con sé secoli di condizionamenti religiosi giudaico cristiani oltre alle voci materne dell'infanzia, e in questo conflitto, crea contraddizione con lo scopo della ricerca indirizzata al fluire con ciò che è.
Paradosso nel paradosso, volendo abbracciare tutto, si rifiuta l'ombra che nasce da tutto ciò che in realtà non stiamo abbracciando... allora pensiamo che dovremmo abbracciare anche il non abbraccio... e la giostra riparte in circoli viziosi...
Ci rendiamo conto quindi che l'io che ricerca (quell'entità mutevole ed effimera creazione del pensiero con cui ci identifichiamo) è il vero ostacolo che preclude la realizzazione dello stato di coscienza che si vorrebbe realizzare. Ogni tentativo di definire razionalmente il sentiero dell'autoconoscenza da adito a paradossi in quanto dalla prospettiva di quanto abbiamo detto, il ricercatore si confronta con ingiunzioni contraddittorie del tipo: devi essere te stesso ma devi cambiare, devi arrenderti all'autoaccadere spontaneo, allo spirito, ma devi controllarti. Avviene la stessa cosa anche se il nietzchiano leone dell''io voglio' uccide il cammello dell''io devo': voglio essere me stesso ma devo cambiare, voglio arrendermi, ma devo controllarmi
Questi inganni mentali, sono falsi problemi che prosperano nella consapevolezza offuscata e nella confusione dei livelli semantici che caratterizza l'umanità in quest'epoca di transizione.
Se usciamo dai condizionamenti mentali dell'io dualista ci rendiamo conto che l'arrenderci è già il cambiamento, e che quando la mente è nello stato di resa c'è il miglior controllo.
Il linguaggio stesso c'inganna... la mente è imprigionata nella rete del pensiero... solo la consapevolezza spirituale che trascende l'identificazione con l'io dissolve il conflitto, in una percezione indivisa del reale che ne svela la profondità. L'io, prodotto del pensiero e del passato, porta con sé spazio e tempo e ci separa dal qui e ora.
Parte fondamentale del processo di risveglio consiste proprio nell'attraversare la foresta intricata del linguaggio e del pensiero verso la presa di coscienza dell'Unità che appare una volta che l'illusoria identificazione della coscienza con questi 'io' è riconosciuta.
Gli autentici stati meditativi conducono al contatto con la coscienza-beatitudine del Sé ma pochi praticano la vera meditazione, mentre i più pensano di meditare e cercano nella meditazione una fuga dalla realtà.
Questo cambiamento di prospettiva, prodotto della crescita interiore non è facile senza una guida.
A questo punto la figura del Guru o del Maestro spirituale è fondamentale, perché solo vedendo all'opera questo stato di coscienza e osservando chi lo incarna, possiamo intuirne la natura reale indipendentemente da tutte le astrazioni concettuali.
Il Maestro mostra la realizzazione della consapevolezza oltre l'identificazione con l'io, incarna il potenziale umano e ispira sentimenti di devozione e surrender.
Il devoto riconoscerà allora che il comportamento paradossale del Guru è arte e armonia, le sue parole sono poesia e koan, i suoi movimenti danza e mudra... la sua voce musica... Anche le Sue durezze espressione d'amore... Davanti a Lui tutte le complicazioni della mente paiono inutili chiacchiere, la mente trova pace, l'anima si risveglia e la sacralità dell'Essere è palese.
Ma l'incontro con il maestro non è la meta, ma l'inizio del lavoro che con quest'ispirazione può proseguire nella giusta direzione. Il sentiero è la vita stessa e abbraccia ogni aspetto dell'essere.

Dott. Filippo Falzoni Gallerani