Autoindagine e spiritualità (gennaio 2012)

Il Guru è per il ricercatore una fondamentale pietra miliare, ma a un certo punto dell'autoindagine ci si accorgerà che si adorava una proiezione e la relazione interiore cambia radicalmente.
Sulla presenza fisica del Maestro si proiettava il Sé è poi si adorava il vaso invece di berne l'acqua.
La sua bellezza e spontaneità ci hanno affascinato e invece di comprendere che cosa inibisce in noi tale armonia, ci siamo attaccati a una figura idealizzata di padre e protettore, di guida e salvatore: noi piccoli individui di fronte al Grande Altro irraggiungibile e mitizzato, precludendoci così la trasformazione personale.
Con il suo comportamento cercava di farci comprendere che era per noi uno specchio per farci riconoscere l'Unità tra osservatore e osservato, tra Guru e discepolo. Ma ho l'impressione che la maggioranza di noi abbia scelto di continuare a identificarsi con l'ego, allettati dalla speranza che qualcun altro avrebbe risolto per noi i problemi esistenziali, permettendoci così di sfuggire il confronto con la realtà grazie alla fede nella Sua incondizionata protezione. L'ego inoltre, poteva pavoneggiarsi di essere un devoto aspirante alla buddità e non il nulla che invero è.

E' più facile sperare di diventare santi in futuro che mettere bene a fuoco il presente e riconoscere la realtà, i limiti del pensiero, gli inganni della mente, le nostre mancanze e lacune. In questo modo le speranze per un futuro ideale sono diventate il sostegno per l'io dissociato dalla vita quotidiana. Appena ci svegliamo un po', appare chiaro che la vera Sadhana è proprio il quotidiano nel reale confronto con gli altri e la vita così come è.
Come era stupido pensare che si andava a Herakhan a fare Karma Yoga e a coltivare lo spirito per poi essere più in forma nell'affrontare la Maya del mondo della famiglia e del lavoro. Come se lo spirito non fosse ovunque, non fosse uno stato interiore che trasforma la percezione del mondo che non dipende dal tempo e dal luogo, come se ci fosse differenza tra l'io ashramitico e l'io sociale. Che assurdità confondono la mente!

Ma molti di, noi se non tutti, hanno confuso il vuoto di una mente risvegliata e libera che animava il Maestro con l'icona del Suo corpo vivente nel mondo fenomenico. Così si sono diffuse e rafforzate idee sull'immortalità, le reincarnazioni e super poteri del Maestro, con grandi emozioni fantaspirituali, attribuendo all'entità personale le facoltà del Sé, e così si è persa di vista anche la sua infinita umanità, (dimenticando inoltre che Lui a quei fenomeni non pareva far mai caso).
Immaginando il Sé di cui Sri Babaji era un puro canale, come un oggetto nello spazio e nel tempo, ne abbiamo fatto un idolo che non potrà certo condurre oltre al mondo illusorio dell'io.

Nel tempo abbiamo costruito concetti, teorie, spiegazioni, interpretazioni e immaginato una sintesi razionale dell'insegnamento dando sempre più importanza a infinite regole rituali e atteggiamenti esteriori, a interminabili assemblee, e a sempre più complessi statuti, sino a farci assorbire dalle complicazioni burocratiche della gestione economica di centri spirituali in cui la cosa che mancava di più era lo Spirito.
Con il Suo vivere e il suo esempio Sri Babaji indicava qualcosa di diametralmente opposto, certamente nella direzione della trascendenza dell'io e del mio, verso la libertà da ogni prigione mentale.

Aver amato con devozione il Guru e aver vissuto con Lui tante esperienze profonde e spesso sbalorditive, mi fa sempre sentire riconoscenza per quel personaggio straordinario, ma nello stesso tempo, dopo aver compreso gli inganni della mente sono nella situazione paradossale di riconoscere il pericolo insito in ogni fede e dipendenza. Ho quindi un profondo rifiuto di tutte le illusioni spirituali e mitiche che il pensiero crea con la potenza condizionante delle immagini archetipiche.

Oggi riconosco in Lui il ruolo di Maestro in un modo che appare del tutto differente da ciò che un tempo associavo alla devozione e alle pratiche spirituali perché mi sono reso conto che, per loro stessa natura, tali pratiche anziché liberatorie possono rafforzare l'ego nella sua più subdola manifestazione: "l'io spirituale" con il suo intrinseco bagaglio di paradossi. Infatti è l'io stesso la radice della divisione e dell'inganno da cui vorrebbe liberarsi.

Sri Nisargadatta usava questa magnifica metafora: "Il ladro si traveste da poliziotto per arrestare il ladro".
La liberazione si manifesta quando scompare l'io che la persegue. Si scopre che ciò che cercavamo era il cercatore stesso e che esso è pura consapevolezza, prima della frammentazione nell'illusorio dualismo che l'io produce.
E' davvero una situazione interessante, perché solo dopo aver riconosciuto gli inganni dell'io che ci si sente liberi dall'immagine esterna del Guru e dalla religione che Lo circondava e solo ora possimo comprendere "l'inconoscibile" in un modo del tutto nuovo, sia nella sua umanità che nel suo Essere trascendente e sentirlo vicino, molto più vicino, anzi riconoscerlo come affatto separato dal nostro stesso Essere: un'ineffabile vuoto dove lo spazio e il tempo si dissolvono.

Dott. Filippo Falzoni Gallerani